Un'armata di sogni che aspettava di mettersi in marcia

Fortunato Pasqualino ripercorre la storia di quel teatrino della fanciullezza che sarebbe un giorno maturato nel Teatro dei Pupi Siciliani dei Fratelli Pasqualino

Appresi l'arte di pupi da ragazzo, giocando. Allora a Caltagirone, dove con la mia famiglia ci si era trasferiti dalla natia Butera, agivano due teatri stabili di pupi, «l'opra» di don «Giuanni» Russu e quella di Nino Nicotra di Catania detto «u Passanisi». Il primo era un teatro di azione formidabile; il secondo, nelle scene di combattimento, piaceva di meno a noi ragazzi, ma quanto a teatro di parola, era insuperabile. Direi che l'uno e l'altro sono stati i miei ignari maestri. S'imparava un pò tutti allora già da piccoli ad animare i pupi, che facevano parte dei giocattoli. Di solito venivano i Morti, che in Sicilia fungevano come ancora oggi in parte da Befana, a portare a noi bambini in dono qualche pupo. Poché i nostri defunti avevano anche nell'aldilà qualche problema di carattere economico, cercavamo di costruirci noi stessi i pupi per il teatrino di casa. Ricordo che non disponendo di trapani, con mio fratello Pino ci servivamo di legno di fico per le testine.

Sopraggiunta l'età del lavoro, tra i dieci e i tredici anni, i pupi ci furono bruciati. Né mio fratello né io ci piangemmo sopra. Si sapeva che il gioco era finito. La fine del teatrino venne accettata come lo svezzamento e altri distacchi naturali. Mia madre commentò che con i legnetti secchi dei pupi le era venuto un bel fuoco ed una delle migliori sfornate di pane. Naturalmente i pupi continuavano a vivere in noi e con noi. Specialmente d'estate, nella cosidetta Valle delle Cinque isole (isole di fiume, giardini di aranci) o del Coventaccio, tra il bosco di Santo Pietro e Granieri, nei cinque anni e passa che lì sono stato arrigatore, appena svuotate le gebbie, mi appartavo dove piu' fitta era la vegetazione e sicura la solitudine e davo corpo a tutto un mondo di eroi, un'armata di sogni che aspettavano di mettersi in marcia.

Cresciuto, messomi a studiare in privato, conseguita la laurea in Storia e filosofia a Catania, e poi sposatomi, avrei ripreso i pupi giocando con i miei figli. Barbara, mia moglie, già regista «in pectore», mi invitò allora a recarmi in Sicilia a cercare di risuscitare i pupi dalle ceneri della fanciullezza e riprendere il «gioco» alla grande. Ne parlai con mio fratello Pino. Anche lui attendeva il momento di veder risorgere il teatrino che ci era stato bruciato. S'impegnò lui alla costruzione del palco, mentre io pensavo ai pupi che sarebbero usciti dalla botteguccia di Francesco Cardello, caltagironese, geniale artista come pochi. Anche da suo zio Angelo, puparo, ci giunsero pupi di splendida fattura da Milano, dove il vecchio Cardello si era trasferito. Si doveva esordire con La spada di Orlando (il nostro spettacolo che poi avrebbe avuto il maggior numero di rappresentazioni). Si decise invece di principiare con Don Chisciotte, che ci parve riassumere tutti gli Orlandi e i cavalieri erranti del mondo, come in Sicilia intuì il poeta Giovanni Meli e meglio ancora comprese Vincenzo Crescimone, pensatore di Niscemi, al quale si deve il saggio La significazione tragica del Don Chisciotte, ripresa poi da Miguel De Unamuno.

Con Il cavaliere della Mancia e con Mosé e il faraone compimmo la prima grande tournée oltra Atlantico, dando spettacoli in varie università, persino nella sinagoga centrale di New York. Tournée attuammo soprattutto in Europa, dalla Germania al Portogallo. Si fece anche una puntata a Tunisi. Si tornò ad attraversare l'Atlantico, invitati a rappresentare l'Italia in Canada e in Argentina. Si partecipò a festival e si ottennero premi. Si sviluppò una viva forma di passione teatrale di famiglia, specialmente tra i ragazzi: figli, nipoti, amici. Ora si disponeva di un teatro stabile a Roma, a Trastevere. Intensa in particolare l'attività didattica, i corsi teatrali che si era invitati a svolgere in scuole medie e all'università.

C'era da risolvere un probelma: quello dell'incontro con le altre compagnie di stile non solo catanesi (il nostro) ma palermitano e napoletano. Con mio fratello Pino si pensò di invitare i pupari a «scendere in campo» con le proprie compagnie in un torneo, dove come premio si sarebbe potuta vincere la «Durlindana d'oro» e il migliore di tutti avrebbe avuto l'«Angelica d'oro». Come luogo dell'incontro si scelse Acicastello. Era il 1978. Naturalmente noi organizzatori non partecipammo. Demmo solo fuori concorso un nostro spettacolo. Quel torneo parve ridestare le compagnie. Si promossero altri tornei, uno dei quali addirittura a Firenze di «pupi d'Europa», all'insegna di quel cuore paladino che, affiorato nel Medioevo dalla «Chanson de Roland» in Francia, «furioso» per amore nell'Italia dell'Ariosto, del tutto fuori di sé nella Spagna del Cervantes, si era rifugiato tra i nostri pupi, in Sicilia.

Oggi i nostri pupi - oltre trecento, senza contare mostri, angeli e diavoli - sono acquartierati a Roma e aspettano quanto è stato scritto e registrato per loro e con loro: testi, saggi, videocassette. A Dario e Francesco l'altro anno venne affidata la realizzazione del nostro piu' recente nuovo spettacolo, Re Federico meraviglia del mondo, del quale Carlo Lizzani per il proprio film-documentario su Federico II di Svevia chiese intere scene e il bel volto del nostro pupo per il gran re «stupor mundi».

Ora insieme con i nostri pupi anche quelli di altre compagnie aspettano di riprendere a battersi. Dov'è mai la formidabile compagnia dei Napoli? A Catania le si aprirà un varco, magari un angolo di teatro stabile. Prolificano, si dice, compagnie di pupi tra Acireale e Taormina, dal ceppo dell'ineguagliabile cavaliere Macrì. A Palermo domina Mimmo Cuticchio, ma da attore piu' che da puparo, esibendosi continuamente lui come gran pupo tra i pupi di quella che è stata l'opra del padre Giacomo, che sarebbe ora di altri. Nel messinese non si fa attualmente sentire alcuna voce di quella che fu la scuola di don Venerando Gargano, proseguita dai Cimarosa, tra cui il compianto amico Michele che ci è stato generoso di aiuto. Nel siracusano, regno di Don Ciccio Puzzo e dei suoi figli Angelo, Giuseppe, Ernesto, Luciano, Salvatore, sarà Ignazio Puglisi, con i pupi del leggendario don Ciccio, a riportare in alto il prestigio dell'opra, mentre i fratelli Vaccaro, anch'essi della scuola di Puzzo, si sono piazzati col proprio teatrino nel cuore di Siracusa. Con loro i pupi sembrano tornati a un certo stile e spirito che si direbbe casalingo, quasi da gioco fanciullesco, non senza quel raggio di «luce poetica» che nel suo saggio sul «tramonto della cultura siciliana» Giovanni Gentile, riferendosi appunto al teatro dei pupi, contrapponeva alla stanca e statica cultura delle cattedre di certa classe intellettuale dominante.

(Tratto da un'articolo di Fortunato Pasqualino apparso su  Stilos, quindicinale di Lettere e Arte in abbinamento al quotidiano La Sicilia, Martedì 14 Marzo 2000)